(a cura della Postulazione)
Può essere utile rievocare un episodio della vita della Beata Eustochio, che il tempo non ha sottratto alla nostra conoscenza. Ce lo dice il suo confessore, quando – dopo vari tentativi per liberarla dalla prigionia monastica, che per tre mesi hanno privato la Bellini di ogni libertà – finalmente riesce a far uscire la beata dall’angusta stanza dove era stata rinchiusa.
La monaca viene destinata dopo poco tempo ad assistere una consorella, ritenuta malata di peste. Secondo una biografia successiva, ha ricevuto tale incarico «colla mira senza dubbio che potesse contrarre il male, e così sbrigarsene una volta per sempre», ovvero di liberarsi della futura Beata. La peste, una grave infezione che oggi curiamo facilmente con gli antibiotici, all’epoca non lasciava scampo dopo il contagio. Sr. Eustochio, però, si presta con grande carità ad assistere la consorella, non preoccupandosi delle possibili conseguenze di questo gesto. Ma, come ci viene trasmesso, «Dio la preservò». E leggiamo: «si compativano scambievolmente fra loro, e s’ajutavano insieme come meglio potevano, giacché niun’altra metteva piede in quella stanza, e nemmeno ardiva di accostarvisi».
La consorella dalmatina non era affetta da peste, e poco dopo guarisce dalla malattia. Ma è interessante il gesto della futura Beata che, dimentica di ogni rischio, accorre in aiuto del debole. E così conclude un biografo: «Iddio, che si era prefisso di dare al mondo in Eustochio un nuovo modello di santità ammirabile, tutta lavorata, dirò così, a colpi di martello, voglio dire a forza di patimenti ed umiliazioni gravissime d’ogni genere, permise in quelle povere religiose un tale insensibile acciecamento, che passando in rancori, e producendo aggravii ed ingiustizie, non meno noceva alle anime loro, di quel che giovasse a perfezionare le virtù della sua serva».


