Lucrezia Bellini, Beata Eustochio, ebbe sicuramente un’istruzione di base sia grazie alla sua appartenenza ad una famiglia di buona estrazione sociale, sia alla frequenza dell’educandato all’interno del Monastero di San Prosdocimo a Padova, da dove in realtà mai si spostò.
Certamente, pur essendo questo un periodo – siamo nel XV secolo – in cui le donne non avevano facilmente accesso a tutti gli aspetti culturali, la Beata Eustochio si impegnò fortemente nella lettura e analisi dei testi sacri, nella declinazione dei testi liturgici e dei salmi, nella conoscenza dei Padri della Chiesa e delle Vite dei Santi, che sapeva anche interpretare e adattare all’esistenza quotidiana.
La sua spiccata intelligenza la aiutò, nei momenti più bui, ad affrontare solitudine, cattiverie, accuse ingiustificate e incomprensioni con tale determinazione, fede e coraggio, che stupiscono noi oggi.
Sapeva scrivere preghiere e invocazioni, e dispiace non avere ancora ritrovato il libro di Orazioni e Devozioni, che aveva sicuramente scritto e di cui rimane traccia fino al 1800 circa.
La sua rara forza interiore, la sua particolare spiritualità devono a queste preghiere il significato più profondo: la perfetta adesione a Cristo nella sua essenza più interiore, caratteristica che rimane come testimonianza di grande credibilità di Lucrezia credente e mistica.
Si può dunque definire una intellettuale?
Probabilmente si: nella capacità che aveva di affrontare la conoscenza e le conoscenze, ma avendo scelto di dedicare se stessa, anche con dolore, ad una testimonianza fondamentalmente spirituale.
L’umile monaca, dunque, celava in realtà una cultura e una capacità di discernimento inimmaginabili, che costituivano silenziosamente – e ancora oggi costituiscono – la sua più vera e autentica essenza.


